Cerchi della musica per meditare, apri Spotify o YouTube e in pochi secondi compaiono centinaia di playlist: suoni della natura, campane, pianoforte, frequenze, mantra, ambient, musica indiana, rumore dell’acqua.
Premi play.
La musica parte.
Ma stai davvero meditando?
La domanda può sembrare provocatoria, ma nasconde una distinzione importante: rilassarsi e meditare non sono necessariamente la stessa cosa.
La musica può certamente aiutarci a rallentare, creare un ambiente piacevole, accompagnare il respiro e diminuire la quantità di stimoli intorno a noi. Ma può anche rimanere semplicemente uno sfondo.
Possiamo ascoltare musica per un’ora senza averle dedicato davvero neppure un minuto di attenzione.
Per questo, quando parliamo di musica per meditare, forse dovremmo smettere per un momento di cercare il brano perfetto e rivolgere la domanda verso di noi:
Come sto ascoltando?
È da qui che comincia questo viaggio.
Musica per meditare e musica rilassante: sono davvero la stessa cosa?
No. Anche se spesso le due cose vengono sovrapposte.
Il rilassamento può essere uno degli effetti della musica.
Un tempo lento, un volume contenuto, un timbro morbido, una certa continuità sonora possono favorire una condizione piacevole. Ed è assolutamente legittimo utilizzare la musica in questo modo.
Tornare a casa dopo una giornata intensa, mettere un brano tranquillo e lasciarsi accompagnare dal suono può essere meraviglioso.
Ma la meditazione introduce un elemento ulteriore:
l’attenzione.
Non stiamo più chiedendo soltanto alla musica:
“Fammi stare meglio.”
Cominciamo a utilizzare il suono come occasione per osservare:
dove va la mia attenzione?
Che cosa succede quando compare un suono?
Riesco a seguirlo senza anticiparlo?
Che cosa accade quando termina?
Riesco ad ascoltare anche il silenzio che rimane?
La musica smette così di essere soltanto qualcosa che modifica l’atmosfera intorno a noi.
Diventa qualcosa attraverso cui possiamo osservare il nostro modo di essere presenti.
Il grande equivoco della “musica meditativa”
Esiste oggi un’enorme quantità di contenuti etichettati come:
meditation music, healing music, relaxing music, spiritual music, sleep music, yoga music.
Il problema non è questa musica.
Alcune produzioni possono essere bellissime.
Il problema nasce quando attribuiamo automaticamente al suono una qualità che dipende anche dal nostro rapporto con esso.
Una registrazione può essere stata creata per accompagnare la meditazione.
Ma non può meditare al posto nostro.
Possiamo ascoltare un tanpura e contemporaneamente scorrere Instagram.
Possiamo mettere un mantra e rispondere alle email.
Possiamo ascoltare il sitar mentre cuciniamo.
Non c’è nulla di sbagliato.
Ma probabilmente, in quei momenti, stiamo utilizzando la musica come ambiente sonoro, non come oggetto di attenzione.
Questa distinzione è fondamentale perché ci libera dalla ricerca quasi infinita della musica “giusta”.
Forse il problema non è sempre trovare un altro brano.
Forse possiamo imparare ad ascoltare diversamente quello che abbiamo già.
Il vero protagonista della meditazione musicale: l’ascolto
Immagina due persone davanti alla stessa registrazione.
La prima mette le cuffie, chiude gli occhi e dopo pochi secondi comincia a pensare:
Mi piace.
Non mi piace.
Questo suono mi rilassa.
Forse dovrei cambiare brano.
Chissà quanto manca.
La seconda prova invece semplicemente a seguire il suono.
Non cerca di giudicarlo.
Non cerca nemmeno necessariamente di rilassarsi.
Ascolta.
Una nota appare.
Rimane.
Si modifica.
Scompare.
Arriva un’altra nota.
Fra le due forse esiste uno spazio.
La registrazione è identica.
L’esperienza no.
Ed è qui che possiamo cominciare a distinguere il semplice sentire dall’ascoltare.
Sentire è qualcosa che accade continuamente.
L’ascolto consapevole richiede invece presenza.
Perché la musica indiana può essere interessante per meditare
Qui entra in scena la musica classica indiana.
Non perché sia intrinsecamente “più spirituale” di Bach, Miles Davis, un canto gregoriano o persino del silenzio.
E nemmeno perché ogni raga produca automaticamente uno stato meditativo.
La ragione è più interessante.
Alcune caratteristiche della musica indiana possono offrire un terreno particolarmente fertile per sviluppare l’ascolto.
Pensiamo a:
drone, continuità, ripetizione, sviluppo graduale, ornamentazione, relazione fra nota e silenzio, improvvisazione.
Invece di una continua successione di eventi, possiamo incontrare una musica capace di soffermarsi.
Una nota viene esplorata.
Una frase ritorna.
Un intervallo acquista progressivamente significato.
Il tempo sembra dilatarsi.
E quando gli eventi diminuiscono, accade qualcosa di curioso:
aumenta lo spazio disponibile per ascoltarli.
Il tanpura: quando apparentemente non succede nulla
Il tanpura è forse uno degli esempi più radicali.
Non sviluppa una melodia come il sitar o il sarod.
Produce un drone, un bordone continuo sul quale può svilupparsi il raga.
Le corde vengono pizzicate ciclicamente e il loro particolare spettro di armonici crea un campo sonoro apparentemente stabile.
Apparentemente.
Perché se ascolti attentamente un tanpura per alcuni minuti scopri che dentro quella ripetizione succedono moltissime cose.
Un armonico emerge.
Un altro sembra scomparire.
Le corde si fondono.
Poi tornano distinguibili.
Il suono decade.
Rinasce.
La struttura continua a ripetersi.
E lentamente puoi accorgerti che non è necessariamente il suono a cambiare: sei tu che stai imparando a sentirne dettagli differenti.
Questa è una delle ragioni per cui considero il drone uno strumento straordinario per educare l’ascolto.
Non continua a chiederti:
“E adesso?”
Ti propone qualcosa di molto diverso:
“Riesci a rimanere qui?”
Raga: ascoltare una musica che non ha fretta
Anche il raga può offrirci un’esperienza insolita.
Quando ascoltiamo musica siamo spesso abituati ad aspettare qualcosa.
Il ritornello.
Il cambio di accordo.
Il beat.
La parte che conosciamo.
Il climax.
Durante l’esposizione lenta di un raga, soprattutto nell’alap, questa aspettativa può essere messa alla prova.
Il musicista introduce progressivamente il paesaggio melodico.
Una nota.
Una piccola frase.
Una direzione.
Un ritorno.
Non serve necessariamente conoscere subito la teoria del raga per accorgersi che sta accadendo qualcosa.
Possiamo cominciare semplicemente a seguire.
Ed è proprio questo seguire senza pretendere di sapere in anticipo dove arriveremo che può trasformare l’ascolto.
Il raga non deve diventare un sottofondo esotico per meditare.
Può diventare un’occasione per osservare come reagiamo quando la musica non soddisfa immediatamente la nostra richiesta di novità.
Drone, ripetizione e silenzio: tre porte verso l’attenzione
Quando scegliamo della musica per meditare, ci sono tre elementi che trovo particolarmente interessanti.
1. Il drone
Il drone offre continuità.
Non significa immobilità assoluta: dentro un suono continuo esistono armonici, vibrazioni e piccole variazioni.
Ma esiste un riferimento.
Qualcosa rimane.
E proprio per questo possiamo osservare più chiaramente ciò che cambia.
2. La ripetizione
Normalmente associamo la ripetizione alla noia.
Ma proviamo a rovesciare il problema.
Se qualcosa si ripete e io mi annoio, che cosa sto aspettando?
Un nuovo stimolo?
Una sorpresa?
Una distrazione?
La ripetizione può diventare uno specchio della nostra difficoltà a rimanere con qualcosa.
3. Il silenzio
Infine c’è ciò che spesso dimentichiamo quando parliamo di musica:
il silenzio.
Non soltanto il silenzio prima e dopo il brano.
Anche quello che percepiamo fra due frasi, fra due respiri, nella dissolvenza di una nota.
Il silenzio non deve necessariamente essere considerato il contrario della musica.
Può diventare parte dell’ascolto.
Una pratica di ascolto meditativo di 5 minuti
Non serve acquistare nulla.
Non serve conoscere la teoria musicale.
Non serve nemmeno riuscire a “non pensare”.
Ti propongo una piccola esperienza.
Scegli una registrazione semplice: un tanpura, un alap lento di sitar o sarod, oppure un brano contemplativo che conosci già.
Imposta cinque minuti.
Siediti comodamente.
Se vuoi, utilizza le cuffie.
Poi fai soltanto questo:
Primo minuto — ascolta il suono nel suo insieme.
Non cercare nulla.
Secondo minuto — scegli un elemento.
Una nota, il drone, il respiro, un timbro.
Seguilo.
Terzo minuto — osserva le distrazioni.
Quando la mente parte, non combatterla.
Torna semplicemente al suono.
Quarto minuto — ascolta ciò che cambia.
Dove aumenta la tensione?
Dove diminuisce?
Dove compare qualcosa che prima non avevi notato?
Quinto minuto — ascolta anche gli spazi.
Quando una frase termina, non aspettare immediatamente quella successiva.
Rimani per un momento nello spazio che ha lasciato.
Alla fine interrompi la musica.
E non fare nulla per qualche secondo.
Poi chiediti:
Che cosa ho ascoltato che normalmente sarebbe passato inosservato?
Non:
“Sono riuscito a meditare?”
Non:
“Mi sono rilassato abbastanza?”
Non dobbiamo superare un esame.
Stiamo allenando l’ascolto.
E i mantra?
I mantra meritano una distinzione particolare.
Un mantra non è semplicemente una canzone rilassante in sanscrito.
All’interno delle tradizioni nelle quali nasce e viene utilizzato può avere funzioni, modalità e significati specifici.
Quando un mantra entra in una produzione musicale contemporanea può naturalmente diventare anche esperienza estetica e musicale.
Ma sarebbe riduttivo pensare:
mantra = musica per meditare.
Così come sarebbe riduttivo pensare:
raga = mantra.
Sono territori che possono incontrarsi attraverso voce, suono, ripetizione e attenzione, ma non sono la stessa cosa.
Su questo tema ho dedicato un articolo specifico:
Mantra e musica indiana: qual è la differenza e cosa hanno davvero in comune?
Qual è allora la migliore musica per meditare?
La risposta potrebbe essere sorprendentemente semplice.
Quella che riesci veramente ad ascoltare.
Per qualcuno può essere un tanpura.
Per qualcun altro un raga.
Per un’altra persona una bansuri.
Per qualcuno può essere Bach.
Per altri può essere il canto degli uccelli.
E talvolta la migliore musica potrebbe essere…
nessuna musica.
Questo non significa che tutti i suoni siano equivalenti.
Alcune strutture musicali facilitano certamente tipi differenti di attenzione.
Ma nessuna playlist possiede un interruttore chiamato:
MEDITAZIONE ON.
Per questo preferisco non dividere rigidamente il mondo fra:
musica spirituale
e
musica non spirituale.
Trovo molto più interessante distinguere fra:
ascolto automatico
e
ascolto consapevole.
Quando la musica smette di essere sottofondo
C’è un momento particolare nell’ascolto.
La musica smette di arredare il silenzio.
Smettiamo per qualche istante di utilizzarla.
Non le chiediamo più necessariamente di rilassarci, emozionarci o portarci da qualche parte.
Semplicemente la incontriamo.
Una nota.
Un respiro.
Una vibrazione.
Una pausa.
Ed è forse qui che la musica per meditare acquista un significato completamente diverso.
Non più:
“Quale musica devo mettere per entrare in meditazione?”
ma:
“Quanto profondamente riesco ad ascoltare ciò che sta accadendo adesso?”
La differenza sembra sottile.
In realtà cambia tutto.
Conclusione: non cercare soltanto musica per meditare. Impara ad ascoltarla.
La musica rilassante ha il suo valore.
Può accompagnare.
Può creare uno spazio.
Può aiutarci a rallentare.
Ma rilassarsi non equivale necessariamente a meditare.
Se vogliamo utilizzare la musica come pratica di attenzione, dobbiamo aggiungere qualcosa che nessuna playlist può fornirci automaticamente:
la nostra presenza.
Drone, raga, tanpura, sitar, sarod, mantra e silenzio possono allora diventare non semplicemente suoni piacevoli, ma occasioni per sviluppare una qualità diversa dell’ascolto.
Ed è proprio questo territorio che esploro nei miei incontri individuali di ascolto meditativo, attraverso raga, mantra, musica contemplativa, silenzio e pratiche guidate.
Non si tratta di trovare la playlist perfetta.
Si tratta di cominciare a scoprire che cosa succede quando siamo davvero presenti mentre ascoltiamo.




